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Epatite B

L’infezione con il virus dell’epatite B può danneggiare gravemente il fegato, e in alcuni casi risulta perfino letale.

L’epatite B è molto diffusa in tutto il mondo, in particolare in Africa, sub-continente indiano e nel resto dell’Asia. Tra i gruppi di popolazione più colpiti rientrano gli omosessuali HIV-positivi e i consumatori di droghe per via endovenosa. Si calcola che, a livello mondiale, circa un terzo delle persone colpite dall’HIV siano anche affette da epatite B o C, una condizione denominata co-infezione.

Trasmissione

Il motivo per cui così tante persone sieropositive sono co-infette con epatite B è che i due virus sfruttano le medesime vie di contagio: il contatto con fluidi corporei come sangue, sperma e secreto vaginale, e la trasmissione da madre a figlio durante la gravidanza o il parto.

Anche la saliva può contenere tracce del virus dell’epatite B, ma è piuttosto improbabile che si verifichi un contagio tramite saliva infetta, a meno che non entri a contatto con una ferita o una lesione.

L’epatite B è più contagiosa dell’HIV, ma – come per l’HIV – è possibile ridurre il rischio di infezione attuando certe precauzioni.

È importante che le persone sieropositive, se non sono già immuni, effettuino il vaccino contro l’epatite B. Usare il preservativo nei rapporti anali, vaginali e orali contribuisce poi a prevenire il contagio per via sessuale. Allo stesso modo, è da evitare lo scambio o l’uso promiscuo di siringhe e altri strumenti per il consumo di droghe.

Sintomi

La maggior parte degli adulti affetti da epatite B non accusano sintomi che potrebbero denunciare la presenza dell’infezione. Spesso, dunque, la diagnosi viene formulata nell’ambito dei controlli di routine e del monitoraggio del fegato previsti per la persona sieropositiva. Anche in mancanza di sintomi, è comunque possibile trasmettere il virus agli altri.

Tuttavia, anche subito dopo l’infezione possono comparire sintomi come:

  • colorito giallastro della pelle e delle sclere degli occhi (ittero);
  • perdita d’appetito;
  • dolori addominali;
  • nausea e vomito;
  • febbre alta;
  • dolori muscolari e articolari e generale senso di malessere.

Questi sintomi possono essere gravi e, seppur in rari casi, anche mortali.

Stadi dell’infezione

L’evoluzione dell’infezione da epatite B si suddivide in quattro stadi.

1° stadio – Immunotolleranza Il virus dell’epatite è libero di riprodursi nell’organismo, ma non provoca alcun sintomo né danni al fegato. Negli adulti, questo stadio tende a protrarsi per diverse settimane dopo il contagio; nei neonati e nei bambini, invece, può arrivare a durare perfino diversi anni.

2° stadio – Immunoattivazione Il sistema immunitario (la naturale barriera difensiva dell’organismo) inizia ad attaccare le cellule epatiche infette nel tentativo di eliminare il virus dell’epatite B. A volte questo stadio dura solo poche settimane, ma nei soggetti immunodepressi può protrarsi anche per anni. La stessa reazione immunitaria all’infezione può danneggiare i tessuti del fegato, e in molti casi essere causa di sintomi e malesseri.

3° stadio – Sieroconversione È lo stadio in cui si assiste all’eliminazione del virus. L’organismo produce anticorpi in risposta a una sostanza detta antigene “e”, presente sulla superficie del virus dell’epatite B, che smette di riprodursi.

4° stadio – Immunizzazione Una volta raggiunta una piena risposta immunitaria con la produzione di anticorpi, il virus dell’epatite B viene eliminato dall’organismo. Tuttavia all’interno delle cellule epatiche potrebbe annidarsi del materiale genetico (DNA) virale che, seppur in casi rari, rischia di riattivarsi in seguito.

La maggior parte degli adulti che contraggono il virus dell’epatite B si ristabiliscono del tutto e sono immunizzati a vita. Un 10% circa di coloro che vengono infettati da adulti, invece, diventano portatori cronici del virus: questo significa che continueranno a essere contagiosi per gli altri e che rischiano di sviluppare un grave danno epatico cronico. I bambini infetti, soprattutto i neonati, sono più a rischio di diventare portatori. Anche le persone sieropositive hanno meno probabilità di eliminare il virus.

Monitoraggio

Ci sono svariati esami che è possibile effettuare per verificare se si è affetti da epatite B o se l’infezione è stata contratta ma anche già debellata.

Se viene rilevata la presenza di frammenti del virus (detti antigeni di superficie) per un periodo superiore ai sei mesi, significa che si è portatori di epatite B e si continua ad essere potenzialmente contagiosi per gli altri.

Se si è positivi anche al test dell’antigene “e”, il tasso di replicazione virale è più alto e ci sono più probabilità di essere contagiosi.

Se invece, passati sei mesi dal momento dell’infezione, vengono rilevati gli anticorpi ma non gli antigeni di superficie, significa che il sistema immunitario è riuscito a sconfiggere l’infezione.

In caso di infezione, sarà necessario sottoporsi regolarmente a controlli specifici per verificare l’impatto sul fegato, detti esami di funzionalità epatica. Essi misurano la concentrazione nel sangue di determinate sostanze chimiche, proteine ed enzimi, che danno importanti indicazioni sul funzionamento del fegato e possono rivelare la presenza di un danno epatico. È bene effettuarli almeno una volta ogni sei mesi. Per maggiori informazioni sui test di monitoraggio della salute del fegato, potete consultare l’opuscolo informativo pubblicato da NAM sotto il titolo CD4, carica virale e altri test.

Per valutare l’estensione del danno subito dal fegato si eseguono talvolta esami radiografici, ma potrebbe anche essere necessario ricorrere a una biopsia, ossia prelevare con un ago cavo un campione di tessuto epatico per esaminarlo al microscopio.

Trattamento

Se l’organismo non riesce da solo a sconfiggere l’infezione da virus dell’epatite B, esistono dei trattamenti farmacologici mirati a curare l’infiammazione del fegato e ridurre la quantità di DNA virale. Idealmente, il trattamento dovrebbe anche eliminare dall’organismo gli antigeni dell’epatite B e stimolare la produzione di anticorpi.

Tra i numerosi farmaci attualmente disponibili per il trattamento dell’epatite B si possono citare l’adefovir (Hepsera), l’interferone alfa, l’entecavir (Baraclude) e la telbivudina (Sebivo).

C’è anche una serie di farmaci anti-HIV che agiscono anche contro il virus dell’epatite B, tra cui:

  • 3TC (lamivudina, Epivir, denominato Zeffix quando impiegato per trattare l’epatite B in monoterapia, senza trattamento anti-HIV);
  • FTC (emtricitabina, Emtriva);
  • tenofovir (Viread, disponibile anche in associazione con l’FTC, in un farmaco combinato chiamato Truvada).

Nei pazienti co-infetti, molti specialisti HIV utilizzano questi farmaci per trattare contemporaneamente l’HIV e l’epatite B.

Il trattamento prescritto dipenderà dall’impatto delle due infezioni sulla salute del paziente. È molto importante non prendere farmaci attivi anche contro l’HIV a meno che non facciano parte di un trattamento combinato, perché altrimenti, a seconda del modo in cui vengono assunti, c’è il rischio di sviluppare una resistenza.

Prima di iniziare qualsiasi ciclo di trattamento vanno eseguiti scrupolosi controlli sulla salute del fegato e vanno misurati CD4 e carica virale HIV.

In linea di massima, la scelta del trattamento dell’epatite B sarà legata ai livelli di CD4.

Se la conta dei CD4 è inferiore a 350: in questo caso si raccomanda generalmente di iniziare il trattamento anti-HIV, quindi la combinazione di farmaci assunti deve agire sia contro l’HIV che contro l’epatite B. Il farmaco più comunemente impiegato è il Truvada, un combinato di FTC e tenofovir; gli stessi principi attivi sono contenuti anche nel combinato Atripla.

Se la conta dei CD4 è compresa tra 350 e 500: le persone co-infette con l’epatite sono uno dei gruppi di pazienti per cui potrebbe essere indicato iniziare subito il trattamento anti-HIV. In questo caso è dunque opportuno intraprendere un trattamento efficace contro entrambi i virus (per esempio, una terapia combinata che comprenda il Truvada).

Se la conta dei CD4 è superiore a 500: iniziare subito il trattamento anti-HIV è possibile, ma in alternativa si può prendere in considerazione una terapia di farmaci attivi soltanto contro l’epatite B: interferone pegilato, telbivudina o adefovir. L’entecavir, invece, non va assunto senza antiretrovirali perché rischia di indurre una resistenza a un farmaco anti-HIV, il 3TC (lamivudina, Epivir).

Il trattamento anti-HIV e l’epatite B

Anche in caso di epatite B, si può seguire il trattamento anti-HIV senza rischi e con buoni risultati.

Può tuttavia capitare che un paziente sieropositivo co-infetto con epatite B, iniziando il trattamento antiretrovirale, subisca una breve riacutizzazione dell’infiammazione epatica.

Ciò è dovuto solitamente al fatto che il sistema immunitario, rafforzato dal trattamento, è di nuovo in grado di reagire all’aggressione del virus dell’epatite B e, nel tentativo di contrastarla, finisce per causare un’infiammazione attiva.

Sembra che le persone affette da epatite B siano più a rischio di andare incontro a un aumento dei livelli degli enzimi epatici causato da alcuni farmaci anti-HIV. In particolare, tra quelli maggiormente associati con effetti collaterali a carico del fegato si possono citare nevirapina (Viramune), lopinavir/ritonavir (Kaletra), darunavir (Prezista) e ritonavir (Norvir).

Una volta iniziato il trattamento, il fegato sarà tenuto sotto stretto e costante controllo. Per maggiori informazioni sui test di monitoraggio della salute del fegato, potete consultare l’opuscolo informativo pubblicato da NAM sotto il titolo CD4, carica virale e altri test.

Hepatitis information

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