
Douglas Dieterich, della Mount Sinai School of Medicine, New York. © Liz Highleyman / hivandhepatitis.com
Alla Conferenza sono stati presentati due studi che hanno avuto buoni risultati in pazienti con coinfezione HIV/HCV grazie a un trattamento dell’epatite C a base di inibitori della proteasi di nuova generazione; questi farmaci, oltre che risultare più efficaci rispetto alle terapie standard, hanno anche mostrato di dare meno effetti collaterali.
Uno studio si è svolto su 106 pazienti coinfetti, gran parte dei quali assumeva in concomitanza anche la terapia antiretrovirale.
La maggioranza (80%) di questi pazienti era affetta dal virus HCV di genotipo 1a, il più difficile da trattare; il 12% presentava una fibrosi epatica in stadio avanzato che, nel 9% dei casi, era già degenerata in cirrosi.
A tutti i partecipanti è stata somministrata una terapia combinata composta da farmaci anti-epatite C, con simeprevir associato all’interferone pegilato e ribavirina dosata in base al peso corporeo del paziente.
A dodici settimane di distanza dal termine del trattamento, i tassi di risposta al trattamento hanno raggiunto il 75% nei pazienti che non avevano mai assunto terapie anti-HCV (naïve), e ben l’80% in quelli che invece avevano ottenuto dalle precedenti terapie solo una risposta parziale.
Complessivamente, il 75% dei partecipanti che hanno completato il ciclo di cure ha raggiunto la cosiddetta risposta virologica sostenuta (quella che è clinicamente considerata ‘guarigione’).
La percentuale di pazienti che hanno interrotto il trattamento per via degli effetti collaterali si è invece fermata al 4%.
Lo dimostra un altro studio condotto su 308 pazienti, un quinto dei quali aveva sperimentato una recidiva dopo un precedente ciclo di trattamento anti-epatite C.
Alla quarta settimana di trattamento, il 60% dei pazienti naïve e il 75% di quelli con recidiva presentavano una viremia di HCV al di sotto della soglia di rilevabilità. Alla dodicesima settimana, queste percentuali sono aumentate rispettivamente all’82 e al 91%.
Tra gli effetti collaterali più comuni si possono annoverare nausea, affaticamento, diarrea, cefalea e debolezza.
Nel 18% dei partecipanti si è invece osservata un’anemia, in una percentuale simile un rash cutaneo, e nel 16% una neutropenia.
Secondo i ricercatori, questo attesterebbe la minore tossicità del faldaprevir rispetto agli inibitori della proteasi di uso corrente.
I ricercatori intervenuti al CROI sono dell’avviso che questi inibitori della proteasi di seconda generazione rappresentino un significativo miglioramento rispetto ai farmaci della stessa classe attualmente impiegati. Sia il simeprevir che il faldaprevir potrebbero essere resi disponibili per la somministrazione combinata con interferone pegilato e ribavirina negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei nel giro di 18 mesi.






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